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Dal blog: Naradha
domenica, 10 settembre 2006

http://blog.alice.it/naradha

Il filetto

Oh sì, lì sì... lì mi fa impazzire» - rantoli. Lo so , lo so che quando passo li la lingua ti faccio impazzire. Usciamo da soli sei mesi, questo è il bello.
Il filetto... che ogni volta che ci passo sopra la lingua, non posso fare a meno di pensare al filetto al pepe verde... e a quel primo moroso, il primo nel vero senso del termine, che mi mise in ginocchio sul pavimento del bagno e mi disse: «guarda, ti insegno: leccami bene tutta l'asta, e poi, qui, stuzzicami qui, sul filetto...».

Perciò, da allora, filetto sia.

Ma non solo. Ti circondo la cappella con le labbra, mentre la lingua ti solletica su e giù la fessura a recuperare quelle due-tre goccine di sperma rimaste lì a coagulare da chissà quanto. Nel frattempo la mano ti sta segando con grande, crescente dolcezza, ma non manco di farti sentire tutta la mia pressione, e se stacco la bocca dalla punta del cazzo è solo per passarti la lingua su e giù per tutta la lunghezza del membro, fino a succhiarti le palle, che è cosa abbastanza nuova per me ma di sicura efficacia. E mentre lo faccio, non ti credere che io abbia dimenticato di occuparmi della tua cappella, che sta lì rossa e vogliosa e mi guarda, e allora la strofino delicatamente con le dita come a dirle: arrivo, poi butto fuori tutta l'aria dai polmoni e risalgo a ingoiarti con una certa avidità, cercando di inserire quanto più cazzo è possibile nella mia bocca, che lo so che tutti aspirano a infilarlo completamente, fino alla base, praticamente, ma se dovessi dire che è cosa semplice mentirei. Sto attenta a nascondere i denti sotto le labbra, che non voglio farti del male, e anche qui non posso fare a meno di pensare alla povera vecchina senza denti, quel giochino che facevamo da bambini ritirando le labbra in bocca e cercando di imitare una nonnina ottantenne che cerca di parlare, e quando proprio sono più ispirata cerco di immaginarmi come dev'essere farsi fare un pompino da una vecchia sdentata, e quando sono proprio al massimo dell'euforia mi immagino io, a novant'anni, che faccio bocchini senza alcun ostacolo dentale.
Basta così. Se no parto a ridere, e per la delicata autostima maschile non dev'essere proprio il massimo.

Torniamo a te. A te che sei sprofondato sul divano a occhi chiusi, estaticamente perso, completamente preso da questo mio lavoro di fino.

Cerco di decelerare leggermente il ritmo, perché mi piace vedere che te lo stai godendo proprio tutto, vorrei che durasse molto, molto di più, ma le mie mani si muovono da sole e anche la lingua si sta spalmando con così tanta precisione e saliva sotto il tuo uccello e a lato e poi sopra e poi di nuovo giù, che la mia bocca è diventata una caverna così accogliente, umida e vorticosa, è un peccato anche smettere... le mascelle indolenzite mi chiedono una pausa ma io mi sono incapponita a farti esplodere... e la mia mano su e giù, che accelera senza strappi, che neanche te ne accorgi, come in macchina quando uno guida veramente bene, che manco te ne accorgi, della velocità che stai facendo... mi rimane giusto il tempo per arrampicarmi a tirarti un capezzolo, e mentre lo faccio, stringo di più alla base del cazzo, affondo con golosità la bocca, sento sotto il palmo come un brivido, un irrigidimento delle vene, la cappella si fa più ritta e io non le concedo tregua, la succhio forte con le labbra, su e giù con il polso che dai che anche per 'sta settimana mi sto facendo gli avambracci, posso anche non andare in palestra, lecco sempre più velocemente tutt'attorno, mugolo anche, che è chiaro che è un mugolìo di convenienza ma so che ti piace, e quando sento arrivare il primo getto sei mio, non ti mollo un secondo, te lo succhio talmente tanto che sembra che ti stia tirando fuori lo sperma dai vasi come un'idrovora, e tu non devi fare niente, sono io che sto bevendo da te come se tu fossi un succo di frutta in brik.
E parti con i tuoi «no, no, oddio no...» che m'ha sempre stranito, ti dirò, il fatto che tu goda dicendo «no...» anziché «sì, sì...», come se il tuo corpo si sentisse in colpa o rifiutasse, o come se tu stessi allontanando da te la sensazione di piacere, o come se tu fossi già pentito d'aver raggiunto l'acme, e boh, ce ne sarebbe abbastanza per una decina d'anni di analisi, ma grazie a Dio credo che la nostra storia finirà mooolto prima.

«Oh... oh no.. oh mio Dio...» - borbotti mentre cerchi di allungare una mano per carezzarmi la testa, ma non ci arrivi e quindi ti accasci sul divano, vinto, con le mani sulla faccia, mentre l'uccello mi regala un ultimo sussulto e poi ti muore sulla coscia sinistra.

«Oh... dio... oh...».

La tua ripresa sarà lunga, perciò intanto finisco di leccarmi lo sperma dalle labbra e mi dedico a un auto-massaggino polpaccio-ginocchia per riattivare la circolazione delle mie gambe, maledetto il tuo pavimento di coccio fiorentino...

«No!»
Oddio! Cosa c'è?
«No! Le repliche del Drive In! Maronna, che bello! Mi divertivo un sacco! Lo vedevi mai? As-fidanken? As As...»
E raccatti il telecomando per alzare il volume.

Sì, signori, e soprattutto signore. As-fidanken. Chi, dopo un bocchino da fata, si sia sentita imitare Gianfranco D'Angelo con As-fidanken per almeno un quarto d'ora, può capire di cosa sto parlando. A chi non è mai capitato, beh, godetevi la vita perché è bella, ma io non ci giurerei.

Così, nella coccola finale del dopo-orgasmo, nelle carezzine stanche sopra la testa e sul pancino (e io non sono mica venuta, eh, sia chiaro, che “venuto te venuti tutti”, mi raccomando, eh! fanculo te e il Drive In), a un certo punto mi risollevo, ti guardo fissa negli occhioni e ti dico, seria: «Senti, ma... se la smettessimo di far roba, io e te, e restassimo amici? Facciamo ancora in tempo, no?».
Il tuo sguardo, sinceramente addolorato. I tuoi occhi da Bambi che ha appena perso la mamma.
«Ma, amore, perché?»
Dio. Forse perché non mi fai venire mai? Per esempio?!
Ma come si fa a resistere a uno sguardo da cucciolo così.
«Ma no, niente, dicevo per dire. Scherzavo, dai. Guarda, Zuzzurro e Gaspare...»
Ti ringalluzzisci e cominci a scimmiottare «ce l'ho qui, la brioche...», e Dio cos'ho fatto di male, che forse nella vita precedente ero uno dei Romani che inchiodava Gesù alla croce?! mi volto di lato giusto per non sbadigliarti in faccia che non è educazione, e mentre penso già a che cosa dovrò fare domani mattina, parte la pubblicità.




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dal blog: pot orgasmic scull
sabato, 09 settembre 2006

http://blog.alice.it/un_casanova

un_casanova
 ... se la vita fosse facile la chiameremmo passeggiata...

licia, l'Amore maiuscolo

Era da molto che non ci ragionavo sopra, che poi chissà a cosa serve ragionare. Dicono a non fare cazzate. Io ci credo assai poco. Insomma feci un bilancio del me che stava per dedicarsi totalmente a
un'unica donna (che strana definizione... distante da Casanova) e finì che quasi quasi mi piacevo di più allora che prima. Scandaloso. Col senno di poi giustifico il tutto grazie a una naturale, umana curiosità che costringe anche gli uomini a trovare fissa dimora. Delle volte agiti le braccia ed è come se il tuo corpo non ti appartenesse, l'anima lo rigetta senza motivo. Agisci ma non sei tu ad agire, non ti riconosci nelle scelte che fai. Lì scatta il dramma. In quel periodo stavo a casa tutte le sere, pianificando con la mia ragazza il nostro presunto futuro assieme. Lei era bella da fare male allo stomaco ma non solo: mi guardava come se fosse fiera di me, e questa ebbrezza mi resuscitava
ogni giorno. Non era abituato ad essere apprezzato. M'iscrissi a lettere con un giorno di ritardo perché la mattina della scadenza mi fermai da Licia a fare l'amore sul letto dei suoi. Era pudica ma
con garbo e non mi faceva sentire un coglione. Fu la nostra prima volta insieme e le feci male senza accorgermene. Le cose belle le rompe sempre chi le ama, in fondo.
Dopo aver avuto un lento e placido orgasmo fisso negli occhi nelle labbra e sottopelle mi disse che mi adorava.
L'abbracciai e le sentii piccola tra le dita che sapevano stritolare, ma non era il momento. Poi fece un caffè e le tremavano le mani, per cui lo rovesciò e si mise a piangere. Rifacemmo da capo la moka,
insieme, e masticammo la stessa chewingum nell'attesa, passandocela a suo no baci da una bocca all'altra. Non sono certo ci appartenessimo, in quell'attimo sospeso, ma facevamo di tutto perché fosse così.
Perfetto come cel'eravamo immaginato. Credo di aver fatto del mio meglio, con lei. Immagino abbia apprezzato, a giudicare da come mi fissava rapita, incastonata tra la sedia e il tavolo.
Aveva una maniera stupenda di attorcigliare le gambe tenendo i piedi stretti l'uno contro l'altro, quando non stava seduta. Il miracolo era servito freddo, senza preamboli, ma risvegliava i bollori di ragazzino che trattenevo a stento sotto le palpebre zigrinate d'insonnia. Mia madre ricominciò a
parlarmi e per un po' divenimmo tutti una grande famiglia felice.
La gioia si costruisce, dicono alcuni, ma a mio avviso si tratta solo di una condizione mentale. O ci fai o non ci sei. Iniziammo a non separarci mai, neppure per andare in bagno. Licia frequentava la mia
facoltà e seguivamo volontariamente gli stessi corsi. Vederla impegnata a rigettare litri d'inchiostro scuro su un foglio, solo per mostrare che sapeva di cosa stavamo parlando, mi montava il nervoso: perché sottoporre a prove e test un essere così platealmente perfetto? La gente non capisce un cazzo, era questa la risposta che mi davo di solito.
Una sera venne a dormire da me. Era la prima ragazza che portavo a casa per la notte, ma mia madre non sembrò scandalizzarsi granché; in parte se l'aspettava, credo, in parte l'aveva
accettato per Chiara, e non amava fare differenze tra la sua prole. Ci preparò un latte e miele coi biscotti, venne a servirci in camera. Io e Licia leggevamo il Don Chisciotte, e per un po' si fermò ad ascoltare anche lei. Alla fine mi posò una mano sulla tempia e, forte della sua posizione eretta, sorrise ampia. Sentii che mi stava approvando, appoggiando. Non ci ero abituato e finì che l'abbracciai grato. La mia ragazza ci fissava attonita e due lacrime pendule le sbattevano contro le ciglia contratte. Fu un momento raro, da non dimenticare.
La mattina seguente sostenni il mio primo esame e presi ventinove, Licia portò a casa un trenta. Ci baciammo di fronte al professore che non ebbe nulla da ridire, e forse alla lunga un po' c'invidiò pure.
Eravamo fieri di noi e lo vedemmo, ricordo, come il primo passo verso la nostra casa, la nostra famiglia, il nostro futuro stabile. Quando lo dissi a Chiara mi saltò al collo senza contegno, e il suo ragazzo si degnò di farmi i complimenti. Incontrai la madre di Edera e lo comunicai anche a lei, sì che potesse avvertire sua figlia salpata per la Grecia pochi giorni prima. Faticavamo a salutarci, io e Edera, ma sentivo che avrebbe capito. Ebbi l'istinto di telefonare a Teresa, ma mi convinsi che faceva parte del passato, che non avrebbe avuto rilievo per lei. La immaginavo sposata con dei figli, distante da me vite e ideali e secoli e monti. Chiamai invece Lucio, che si congratulò e mi raccontò della relazione intrapresa pochi giorni prima con una certa Letizia; aveva smesso di studiare, e girava spesso al bar dopo il lavoro, rispettoso delle buone vecchie abitudini. Faceva l'archivista bibliotecario, guadagnava bene, per essere un neoassunto. Sembrava felice, tutti sembravamo felici.
Mia madre andò al cimitero quel pomeriggio e raccontò tutto a papà. Per un attimo mi chiesi cos'avrebbe detto,se il suo solito "Complimenti, figliuolo, ma me l'aspettavo" oppure se si sarebbe allargato in elogi più pomposi, magari di fronte al parentado in riunione annuale. Al solito, mi chiusi in terrazzo e suonai la sua musica con Licia muta e severa di fianco, teatralmente distesa contro il la parete, sul pavimento. Oramai lei mi conosceva, sapeva di cosa avevo bisogno e quando ne avevo la necessità. Ad un certo punto prese la via della porta e tornò dopo mezz'ora. Fu l'unica occasione,
lucida, in cui sentii che lei non era poi così indispensabile, e che alla lunga mi sarei stufato. Feci finta di nulla e continuai a battere con rabbia le mani sulla tastiera supplice.
Quando smisi di suonare, il pianoforte baluginava battezzato di ditate sudorifere e la mia ragazza mi portò a festeggiare con una birra, Lucio e la sua nuova fidanzata Letizia al solito locale dei Murazzi, senza preoccuparsi del mio cambio d'umore.
Fece bene, perché se c'è una cosa che non ho mai sopportato, io, sono le domande retoriche che rendono conto agli altri di come stai dentro.




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Dal blog:
sabato, 09 settembre 2006

http://alice.blog.it/


Flop Flop Mao Mao

 

Rumore di bicchieri e di risate e noi, nella cantina buia dove respiravamo piano...protesta generale..."unica" la prima parola che mi viene in mente...e quindi non ne cerco altre, finiamo per cantarla tutti.

Ci guardiamo complici, i miei occhi fanno flop flop...per te questa sera. Il tempo non possiamo più restituircelo, ora che sappiamo che anche la speranza era solo una malattia dalla quale si guarisce.. ma sembri meno acido del solito e più stanco e quando usciamo fa freddo e mi passi le braccia sulle spalle dall'alto del tuo metro e novanta, come fosse l'unica cosa logica da fare perché ho i brividi...ma non ti mando mando via questa sera...anzi mi struscio...e faccio mao mao e tu stringi più forte. Torniamo a casa in moto, ho freddo e il vento mi entra sotto il vestito corto che mi par d'essere nuda, una magnifica sensazione di libertà m'invade. Sono felice...mi stringo a te e mi acarezzi il ginocchio, come prima.

Alla mia stronzaggine tu hai risposto che matematicamente esiste l'infinito. Argomentazioni da ingegnere.

Ad ogni caso quando mi volto ci sei . Sempre, come diresti tu.

Ovvero, amore.

Oppure, quello più vicino all'amore che entrambi abbiamo mai conosciuto. Finora.


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dal blog: Sensuality Chic
sabato, 25 marzo 2006

http://blog.virgilio.it/sensualitychic

POST 22... FOTO

Ero nel di lei ano. Lui era nella di lei vagina.
Sto per venire... esco dal suo corpo levo il profilattico, me lo meno e scarico lo sperma sulla schiena liscia e bianca. Le gambe non reggono e cedo alla fatica sdraiandomi di schiena.
Ansimo e guardo il soffito bianco che si allontana e si avvicina, su e giù, per quei corpi ansimanti che fanno sobbalzare il materasso. Pochi secondi e sento il godimento di lui... respiriamo affannati.
E silenziosi.
Lei si alza... di chi è la casa? Come ha detto che si chiamava lei? E lui...?
Mi giro... lo guardo. Nudo nel letto a gambe divaricate si sfila il condom a occhi chiusi, si asciuga la fronte.
Mi guarda:" Piacere L."... "Simone"...
"Ti va una birra?" "Bevo solo Champagne" gli dico. "Bene, allora offri tu".
Entra lei ancora nuda con un cestello di gelato e un cucchiaino ma non è per offrircelo:"Non potete dormire qui, dovete andare adesso."
La casa è di lei...
Accende la Televisione e si mette a mangiare il gelato. Mi rivesto come capita, la camicia dismessa sui jeans male abbottonati, metto mano al portafoglio e metto 50 euro sul comò.
"OH!! non sono mica una puttana!" "Consideralo il mio grazie 'santa donna'". Alza le spalle mentre L. sghignazza. Usciamo salutando lei non dice una 'A'...

NEL LOCALE: Ci presentiamo, beviamo due coppe a testa, stuzzichiamo due noccioline, due olive. Parliamo e parliamo e parliamo... siamo simili su tante cose... la stessa voglia di gettarsi via e di provare emozioni per uccidere il nulla che riamane dentro, lo stesso gusto per le futilità della vita vomitando diniego su fede, impegno sociale e fedeltà. Abborrendo a un qualsiasi sforzo per vedere un mondo migliore, schivando buoni propositi e godendo dell'altrui male. Mi lascia il suo numero. Forse ho trovato un nuovo amico.
Le foto qua esposte sono alcune di quelle che abbiamo realizzato con la fotocam dgtl di L. prima dei "giochi". Ne ho altre molto belle ma decisamente troppo hard per virgilio... troppo. Accontentatevi di queste.


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Dal blog: Monicamaggi
mercoledì, 12 ottobre 2005


Il blog di Monica Maggi

http://www.monicamaggi.splinder.com/
Nome: Beautiful World
Giornalista, scrittrice, editor, docente universitaria. Curiosa delle storie di uomini e donne. Un po' folle.

Il sito di Monica Maggi
http://www.monicamaggi.it/

FATICOSAMENTE ERA ARRIVATA A CASA

 

Il vapore caldo dell'ingresso l'aveva assalita benefico, appena aperta la porta. Le saltava agli occhi subito l'angolo buio della sua postazione da lavoro, così la chiamava affettuosamente, un trespolo su cui si arrampicava insofferente del mondo intorno, quel serraglio di cose della memoria che non avrebbe gettato mai.
Si tolse le scarpe, le spinse con la punta del piede sotto la panca di legno scura da chiesa appoggiata al muro, le appaiò meticolosa. Nella sua vita correvano paralleli l'ordine e il caos più totale, le scarpe messe attaccate una all'altra e i cassetti di biancheria aggrovigliata, i tappeti piazzati al millimetro sul parquet nero e gli appunti buttati alla rinfusa come le banconote nella piccola borsa.
Chiuse la porta sull'aria fredda dell'esterno. Il camminare a piedi nudi le accarezzava la pelle.
"…voglio pensare che sia stato per me, che tu sia passata qui da me per rivedermi e non per una casualità…voglio immaginare progetti ingegneristici del cuore, studiati al centimetro, che non lasciano nulla al destino….voglio stringere forte le dita e sentire l'appiccicoso del tuo sudore e del tuo odore…"
Arrivò in cucina sempre senza accendere le luci.
Il buio le dava terrore, ansia, le offriva la sensazione paralizzante di qualcuno che le alitava addosso la sua presenza, e questa paura serpentina fredda e calda dietro la schiena la elettrizzava. Con indosso la giacca di pelle nera, il bavero ancora alzato si diresse al bancone di legno chiaro, aprì la bottiglia dell'acqua, versò alla cieca nel bicchiere, se lo portò alla bocca bollente e bevve. Aveva la gola riarsa, le pareti carnose delle guance che aderivano ai denti, serrati e stretti che le facevano male. L'intero piccolo viso era stretto e contratto. Chiuse gli occhi, portò una mano appena sotto la gola che batteva forte, posò le dita sui bottoni della camicetta nera, che trovò slacciati.
"….ma perché maledizione, ogni volta che scendo dall'auto e mi dirigo verso di te che mi aspetti dall'altra parte della strada, perché io tremo, ho paura che sia un film, che un regista riporti indietro le riprese…ciak, non è venuto bene, si gira di nuovo…oppure che l'asfalto maleodorante si apra in due come nei peggiori cult movie di Superman, e io che precipito dentro mentre mi guardi finalmente libera di me…perché quei pochi metri tra te e me mi sembrano sempre infiniti, un percorso olimpionico da fare nel migliore dei modi….cerco di mettere bene le gambe una davanti all'altra, come mi insegnava mia madre, muovendo il culo da destra a sinistra e da sinistra a destra, guardando altrove ma non te…e sento invece che mi trapasso da sola con aghi infilati dai tuoi occhi ai miei…"
Accese l'abat-jour sul tavolino di marmo.
Spinse i due bottoni del pc. Si accoccolava come un uccello su quella sedia che ormai le infliggeva un martirio continuo alla schiena. Era una tortura che le ricordava durante la notte quanto avesse scritto, di giorno. Più scriveva, più dolevano le ossa e i muscoli, e di più e di più ancora avrebbe voluto. Il dolore a volte, come quella sera, le aveva fatto compagnia per tutto il giorno trapassandola come una freccia di San Sebastiano dalla schiena al viso alla nuca, girandole intorno come uno scialle di seta.
Piegò sotto di sé le gambe e appoggiò i piedi nudi nelle calze velate sul bordo della sedia, incastrandone i talloni. Così poteva rimanere per ore dimentica del mondo. Poteva tralasciare il mangiare e il bere, il vociare intorno le diventava un noioso brusìo, il richiamo era dato solo dal tempo e dalla scansione dei doveri. Ad un amante passato aveva detto sbruffona "…vorrei solo fare sesso e scrivere, scrittura e sensi…" e mai era andata così vicino all'essenza stessa della sua carne. Che forse erano la stessa cosa.
Strusciò la mano fredda sul viso, fregandosene dei rimasugli di trucco sfatto che le rimanevano attaccati alla pelle, tanto c'era già il rimmel sbrodolato sotto le ciglia girate all'insù. Fece andare su e giù le dita sulla fronte, massaggiò pelle e pensieri. Qualche lacrima quasi secca scese automatica dagli occhi.
"…perché io, sai, non vorrei vederti mai…vorrei strapparti da questo petto che batte più forte e quasi si alza, nel respiro che diventa affannoso…mi slaccerei quello che ho addosso in maniera plateale e teatrale, mi metterei a nudo la carne bianca offrendomi all'ultimo colpo del carnefice…uccidimi ma non martirizzarmi più….vattene via e dopo due passi torna da me, ti prego…strusciami i tuoi capelli sul viso, fammi respirare tra di loro e sentire il tuo odore….come quando sei distesa su di me, a poca distanza dal mio viso, e aliti piano il tuo respiro caldo…vivrei solo di quello e dei tuoi occhi vacui e presenti come un incubo…"
Si accarezzò un ginocchio scendendo con le dita appena sotto. La gonna nera di gabardine le era salita sulle cosce lasciando parte delle gambe. Si piegò ancora e si immaginò da fuori a sembianza di embrione, un feto quasi raccolto su se stesso a vivere del liquido impalpabile intorno. Assumeva la stessa posizione anche di notte, su un fianco con la mano stretta tra le cosce e premuta sugli slip, come a fare compagnia ad un'altra parte di sé. Le arrivò improvviso un brivido nello stesso momento in cui iniziava a scrivere. Fece scivolare piano la mano tra le gambe raccolte, trovò un calore ristoratore e consolatorio. Le veniva da insultarsi, come si fa ai bambini che vengono sorpresi alle soglie di un disastro ancora da commettere. Non farlo non farlo. Ma aveva ancora i segni delle mani di lei, come lacci troppo stretti di sandali estivi intorno alle caviglie, come il bordo ridicolo dell'elastico degli slip sui fianchi, come il segno intorno al dito di un anello che non si toglie.
Scivolò giù, quella mano. Trovò una parte morbida come un frutto da negozio di primizie, sembrava non sua, lei che era passata su troppi letti rimanendo indenne in un angolo sconosciuto del cuore. Siamo brutte, lì, le dicevano da bambina, brutte e vergognose, e lei si lavava sempre con un misto di curiosità e peccato, divertita che non si aprissero le bocche dell'inferno proprio accanto al bidet.
"…toccami, ti prego…hai dita che quando mi entrano nella fica mi scardinano il cuore, è come se avessi quella piccola chiave assurda dei diari segreti, così piccola che si perde sempre…tu ce l'hai, mi tocchi e sento male e bene…mi apri con le dita le pieghe del cuore, mi strappi fogli già scritti sul diario e li sostituisci con tuoi epigrammi incomprensibili….quando mi tocchi è come se sfiorassi con le dita una trappola nascosta sotto la sabbia….si apre tutto in un attimo e la voragine mi porta via, richiudendosi subito dopo, sopra di me….non respiro più, muoio …tu mi guardi e riprendo un po' di mio respiro dal tuo…"
Chiuse gli occhi.
La pelle umida e spudorata accolse subito le sue dita. Cominciò a scivolare sopra, avanti e indietro, con un ritmo che era lo stesso della vita, del tempo, dell'equilibrio stesso del cosmo. Avanti e indietro, perché quella era la miccia e il combustibile, come i legnetti dei boy scout che accendono il fuoco, per mangiare e dormire, per vivere. Avanti e indietro come un'altalena che toglie il fiato, come un pendolo che scandisce il tempo. La casa buia le stava diventando complice, sentiva nell'oscurità compatta e quasi fangosa un respirare che forse era solo il suo, forse no.
Spinse le sue dita in avanti, e sollevò poco i suoi fianchi per andare loro incontro. Ti muovi proprio da femmina, le diceva lui all'orecchio, da dietro, quando la penetrava prepotente, e con la stessa prepotenza lei faceva aderire il suo culo tondo al bacino piatto di lui. Immagino' di trapiantare idealmente le sue dita su un'altra mano.
"….se fosse possibile ti sposerei, in una cerimonia profana e insultante ti prenderei come moglie, e io moglie tua…per te farei schiava e sarei padrona, per ridere scompostamente e fare cose mai fatte…come questa che stiamo già facendo, tu ed io…ti vestirei dei miei vestiti, ti infilerei le mie calze con te distesa sul letto con le gambe alzate…ti truccherei da bambola gonfiabile e ti esibirei per dirti che sei solo mia…a volte sento la mente in questi pensieri osceni che va in mille frantumi di pazzia, come un vetro colpito da un sasso anonimo e omicida…sei tu che sfondi i miei pensieri, e poi, subito dopo, cerco di rimettere ordine sul pavimento sporco…"
L'orgasmo arrivò come arriva il vento a chiudere una persiana, sbattendola all'improvviso, netto, lasciando l'eco e il segno sul muro.
Lei rimase con le dita nel suo corpo. Dopo, aveva quella sensazione di sé racchiusa e stretta in una bocca che la inghiottiva tutta, la carne del sesso avvolta sulle dita che palpitava ancora. Si riaggiustò le pieghe della gonna, il video lampeggiava messaggi lasciati lì dal pomeriggio ad aspettarla. L'indomani sarebbe stato il suo compleanno. Aprì il cassetto davanti a lei, spostò con la mano al bordo del legno le cose alla rinfusa, fece spazio. Voleva occultare quella forcina, di sbieco, come un piccolo tridente con le punte in su. Gliel'aveva sfilata dai capelli, mentre faceva scivolare le mani spalancate sulla sua testa. Poi la prese, e prima di chiuderla per sempre lì, la strusciò sotto le narici. Il suo odore le arrivò a zaffata schiaffeggiante, chiuse gli occhi, "…nulla sa più di te che il tuo profumo…", mormorò tra sé e sé e chiuse il cassetto.


Monica Maggi

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Dal blog: Iris_notte
domenica, 02 ottobre 2005

Accarezzo la tua notte

http://blog.virgilio.it/notturna

Bella per te

Mi faccio bella per te anche se so che non lo noterai


Carnivora

Non odiarmi
Sono solo carnivora
e affamata di te

Cerco il nocciolo

E' un anno che scavo nella tua polpa
Quando riuscirò ad arrivare al nocciolo della tua anima?

Stai tranquillo, non lo..sputerò via.

Come se fossimo nude
Odio quando ci guardate in quel modo.

 


Cosa faresti per me?

- cosa faresti per me...?
- tutto quello che posso..
- e se io ti chiedessi di darmi il tuo cuore..?
- cosa ne faresti?

vediamo...

Esserlo

essere bisessuale comporta almeno una scelta in meno

La filosofia è uomo

Mi storacchio tra lel lenzuola e le nostre gambe. Sono le sette . E' già tardi.
Ma continuiamo a parlare di liceo. Mi ritrovo nostalgica senza motivo

- Si..mi piaceva la filosofia
- e allora dillo che anche in me hai trovato un po' di filosofia
- tu sei tutto una filosofia a parte
- ma lo dici in senso positivo o negativo?
- indovina
- negativo
- bravo

Sospetto che ormai sia entrato nella parte dello zerbino. Oppure...

Notte....

L'amante più bella

Molti Bloggers amano l'Arte.

Pochi sanno che l'Arte ricambia
a modo suo...

Ma per carità!

Lungi da me l'uomo attanagliato da complessi di Edipo , alienazione mensile ,
sindrome di PeterPan ed eiaculazione precoce.

Stabilendo un nuovo record, sono riuscita a trovare l'uomo che posside almeno
tre delle elencate caratteristiche.

Ci vuole o non ci vuole una sigaretta?!


Spogliarsi

Voglio spogliarmi di te
non per te

Mentire

Tutti sappiamo mentire

Pochi sanno mentire bene

E altri , come me, non sono in grado di ingannare neanche un lattante.

ahimè


No, il triangolo no

Lui ti dirà " voglio ricominciare" e tu ti renderai conto di non averne voglia

L'altro ti dirà " voglio il tuo bene" e tu capirai che sta pensando al suo

Lui ti dirà " Sono ancora qui " e tu ti chiederai dove poteva essere trenta minuti
prima . E con chi.

L'altro ti dirà " non puoi andare avanti così" e tu penserai che è una bella
scoperta, davvero.

Lui ti dirà di amarti, a modo suo

L'altro ti confiderà il suo modo ,così diverso dagli altri, di amarti

Tu capirai finalmente di cosa NON hai bisogno e ti ritroverai a casa a scriverlo sul
web

Vita che entra dentro

X ieri notte mi ha sussurrato

- stai tranquilla, non è niente..è solo vita che entra dentro..il fuoco che ti brucia il
sangue , quella è l'anima..capito piccola...?

- ...
Era così fiero della sua frase ad effetto..

Non poteva sapere che conosco anch'io il verso di quella canzone.

Starò ferma

Starò ferma, lo giuro
Dipingi su di me bianche linee mielate
Starò ferma

Starò ferma


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dal blog : naturaldurante
mercoledì, 14 settembre 2005

http://blog.virgilio.it/fate-voi

Desiderio

l desiderio è mille uncini che ti pungono, penetrano sotto pelle e ti entrano in circolo, nel sangue... e fanno sì che tu sia sangue a tua volta. Sangue alla testa, sangue agli occhi, sangue alla schiena, il bassoventre diventa molle e accogliente e non è facile dissimulare e fingersi indifferenti. A volte basta un gesto, uno sfioramento, uno sguardo, a volte invece non basta la musica, la cenetta squisita, il dopobarba nuovo. La maggior parte degli uomini che ho avuto erano convinti di essere grandi amanti. Viscidi come solo un uomo mi preparavano una cena che avrebbe incantato chiunque, un po' di musica lounge (una volta un tango), una bottiglia di vino comprata all'enoteca sotto casa e tutta la disinvoltura che erano riusciti a raccimolare per l'occasione. Ma ne conosco solo un paio che hanno saputo accendermi con le spezie del loro respiro, senza bisogno di essere invadenti, solo con la distrazione, l'indifferenza, la noncuranza per i miei particolari più curati, ma poi la passione, l'irruenza dosata e calcolata, i movimenti lenti, le mani, su di me, dentro di me. Molti uomini sono convinti che basti la semplice visione del loro corpo nudo a eccitarci... mentre invece serve un'alchimia particolare, un fuoco che ci accende incontenibile, che ci rende umide, accoglienti e calde, un fuoco che non si sviluppa in palestra e che SI SPEGNE quasi sempre se tutto il sangue di cui dispone un uomo affluisce al bassoventre e non ne rimane più per il cervello...

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dal blog: Paddy_Clarke
venerdì, 09 settembre 2005

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L'uomo di una notte



L'odore della stanza la risveglio' mentre era abbracciata al cuscino. Lo teneva stretto quel cuscino, oggetto servito a piu' scopi durante le ore della notte appena trascorsa: fu' reggicapo e sollevabacino, divise i corpi e li schiaccio' uno dentro l'altro. Stropicciato e macchiato, come del resto le lenzuola, aveva ancora di lui un ricordo, un pelo, forse del torace o forse del pube, delicatamente appoggiato a pochi centimetri di distanza dai suoi occhi, ancora annebbiati dalla fatica del risveglio e dai divertimenti notturni. Respiro' profondamente quell'odore di sesso. Era da tanto che le mancava, ma cosi' imponente mai lo aveva vissuto. La nebbia della paludosa cittadina nella quale viveva ne aveva modificato i contorni, pur con la finestra chiusa l'umidita' penetrava comunque nella sua vecchia casa e la nata miscela di quella strana mattina avrebbe impregnato la camera per chissa' quanto tempo.
Era sola, e lo sapeva, lo aveva intuito prima di addormentarsi che all'alba lui se ne sarebbe andato senza salutarla e apparentemente senza averla desiderata. Penso'. Ricordo' i momenti di quella strana e forse singolare notte. Dopo le costine, insieme voracemente ingoiate al ristorante da campo della festa paesana, un'altra carne si prese cura di lei. Non invito' l'uomo a casa sua, non servi'; il feeling sbocciato quella sera non aveva bisogno di parole o meccanismi arcaici. Lungo la strada del ritorno, ritorno alla vita, lui fece finta di rubare ad un ambulante, compiacente e gia' retribuito, un foulard. Si mise davanti a lei e glielo appoggio' sulle spalle, "e poi non dire che non ti ho scaldata" disse. Lei arrossi', fece un grosso respiro e lo prese per mano. Era il suo si .Due gradini separano la porta di casa dal ciglio della strada; due gradini sono quelli che separano la vita dalla morte, il bello dal brutto, lui in lei. Tiro' fuori le chiavi dalla borsetta, le infilo' nel buco della serratura, fece due giri e spinse per aprirla. La luna quasi del tutto piena illuminava la prima parte del corridoio d'ingresso, questo le basto' per non accendere la luce; entrarono, prima lei e poi lui, poi insieme chiusero la porta. Rimasero al buio, lei cerco' il tasto dell'interruttore ma trovo' la mano di lui che la blocco' prima di raggiungerlo. L'altra mano subi' la stessa sorte, ora alte sulla porta, impossibilitate a muoversi e vogliose dell'attesa. L'uomo appoggio' il suo corpo lungo il corpo della donna, a sua volta aderente sulla porta di casa. Si baciarono, cosi' come pochi minuti prima stavano mangiando le costine, preliminare di un antico rito tribale. Michelle senti' il sesso dell'uomo farsi largo in mezzo alle sue coscie, allargo' le gambe per fargli nido. Sembravano, ognuno dei due, lupi affamati sulla preda azzannata. Lui le tolse le mutandine, lei slaccio' la sua cintura e lo aiuto' a sfilarsi i pantaloni. Reciprocamente, si sfamarono.Con quel sorriso gratificato che solo una donna sa mostrare il mattino dopo rivolse il pensiero al secondo rapporto. Il pavimento del corridoio pieno dei loro vestiti, la traccia che portava verso il bagno al pianterreno, il solo dei due che aveva la vasca da bagno. Mentre l'acqua stava riempiendo il futuro luogo d'amore e le poche goccie di bagnoschiuma al cioccolato bianco creavano il soffice tappeto, gli occhi dei due amanti, per la prima volta, videro l'altrui nudo. Fu' allora che le loro mani ricominciarono a solcare percorsi, le carezze misurarono distanze e curve, i baci mirati a carni a vista. Entro' lui per primo nella vasca, si sedette e invito' lei a accomodarsi sopra. Poi si distesero, si misero sul fianco e continuando la rotazione fu' lui a trovarsi sopra di lei.Quante volte, quanti giri fecero su loro stessi e come fu' alla fine presa nella vasca, di tutto questo Michelle aveva ricordi poco chiari. Non le importo', le sensazioni provate, intense e appaganti, erano superiori al semplice ricordo dei fatti.Al termine, dopo essere usciti dalla vasca, si asciugarono uniti nello stesso grande asciugamano bianco.
Poi raggiunsero la camera da letto al primo piano. A questo punto dei suoi ricordi, Michelle scoppio' a ridere. Rideva e stringeva a se' il cuscino. La divertiva il fatto di aver fatto l'amore in quella strana e particolare posizione che prima di allora non aveva mai considerato e non credeva possibile, eppure di film, piu' o meno romantici, ne aveva visti tanti prima d'allora. Dopo quel rapporto, soddisfacente oltremisura anche a causa della novita', la sua fame d'uomo si placo'. Il sonno non li prese subito, baci e carezze, docili mani e corpi caldi e umidi accompagnarono per diverso tempo i due amanti. Ora che lui non c'era piu', adesso che l'uomo di una notte se ne era andato , una rosa e un biglietto sul comodino era quello che rimaneva. Si avvicino' al fiore, lo odoro' profondamente e uso' quei petali freschi e setosi per accarrezzarsi il corpo. Poi lesse il biglietto . Jean-Loup .Nuda si alzo' dal letto dirigendosi verso il bagno. Voleva farsi una doccia, desiderava svegliarsi da quel magnifico ma finito torpore. Fu' sotto la doccia, con l'acqua che le cadeva sul petto e riappariva magicamente lungo le gambe, che si accorse del ciclo appena iniziato. Improvvisamente si mise a piangere e le sue lacrime si univano al resto dei liquidi. Si rese conto, in quel preciso momento, che senza Jean-loup poteva vivere, che un altro uomo lo avrebbe rimpiazzato, che un altro amore, adesso pronta, l'avrebbe rapita. Ma quel figlio, in fondo l'unica cosa che mancava alla sua vita, non sarebbe stato mai suo e del suo uomo di una notte.

 


continua...


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Dal blog: Rosso Scarlatto
sabato, 25 giugno 2005

http://blog.virgilio.it/rossoscarlatto

Seguire una vena febbrile....difficile da anticipare... emozioni nascoste.... passioni che mi fanno vibrare... il colore dei miei pensieri dipinti a mano... personale... introspettivo...a volte banale...e...sorprendente al solo sfiorare.....


 

Attimi senza fine....

Odore di pioggia nell'aria...

in questo risveglio di desideri...
mi abbraccia come tesoro...
nei miei profondi misteri...

le labbra dischiuse..
fessura di un soffio di vita...
mi fermo ad ascoltare ...
il profumo di un sospiro...

trascino languida...
mi bacia un emozione.......
invade lo spazio della mia ragione....

 e un vento tiepid scende tra i capelli...
che soffialeggero tra ciocche d'argento...
che scivola addosso tra calde correnti...

una goccia d'amore che al cuore arriva...
persa nei miei pensieri......
...dolci e ...cristallini...
danzo scalza
in attimo senza fine....

una danza silenziosa...
che sa di una musica...
di pensiero che conduce...

 

 

src= 

 

una dolce cantilena...

strappami all'attesa....
urlami tra le labbra ma....
senza voce...

incastrami tra frammenti di desiderio...
rimani prepotente  nelle vene....
rimani dentro....
rimani adesso...
dentro ogni movimento impazzito...

afferrami con forza ma senza violenza...
trattienimi in uno spasmo.
percorri i miei sentieri...
nel buio che non ha luce...

stringimi perche' ho paura....
dondola il corpo tra pieno e vuoto.....


perfettamente fragile...
maestosamente fragile...

ascolta le grida....
di questo suono dolce...
una docile cantilena...
nella densita del silenzio
trattengo il respiro nel respiro del respiro.....

violento e denso....
come un focoso tango argentino.......


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